Dal Wall Street Journal
Hillary, la soap di una disfatta
Sia all’interno dell’organizzazione della campagna presidenziale di Hillary Clinton che al di fuori di quel mondo è iniziata la caccia al colpevole. Il punto fermo è il seguente: Clinton ha mosso le sue pedine migliori, e le ha mosse male. Le chiacchierate fatte nei mesi passati con decine di suoi sostenitori, consulenti e aiutanti ci dicono che nei 17 mesi di campagna elettorale la due volte senatrice del New York ed ex first-lady è stata intelligente, concreta e instancabile. di Jackie Calmes

Sia all’interno dell’organizzazione della campagna presidenziale di Hillary Clinton che al di fuori di quel mondo è iniziata la caccia al colpevole. Il punto fermo è il seguente: Clinton ha mosso le sue pedine migliori, e le ha mosse male. Le chiacchierate fatte nei mesi passati con decine di suoi sostenitori, consulenti e aiutanti ci dicono che nei 17 mesi di campagna elettorale la due volte senatrice del New York ed ex first-lady è stata intelligente, concreta e instancabile. Anzi, la sorpresa è stata proprio constatare quanto fosse brava a gestire la campagna. Eppure, dicono queste stesse persone, è responsabile di “errori gravi”, come racconta un confidente. Che possono aiutare a spiegare perché la senatrice Clinton, il miglior marchio di fabbrica della politica democratica, ed ex favorita al ruolo di prima candidata donna nella storia statunitense, abbia perso contro un (relativamente) nuovo arrivato destinato ad essere il primo candidato afro-americano di un grande partito. Un portavoce della campagna ci ha detto che i Clinton non erano disponibili a rilasciare interviste. Gli errori si riducono a: cattiva gestione, messaggio, incapacità di mobilitare e fattore coniugale.
Cattiva gestione
I beninformati spiegano che il controllo della campagna elettorale stava nelle mani di una piccola cerchia di lealisti vicini alla senatrice ma distanti tra loro. In ultima analisi, però, la signora ha fatto affidamento su di un gruppo più ristretto, costituito da due persone: suo marito, l’ex presidente Bill Clinton, e il loro vecchio sondaggista, Mark Penn, il cui istinto spesso era in conflitto con quello dei veterani delle campagne elettorali che li circondavano. Quando l’impegno per le primarie stava prendendo forma, nel mezzo della facile campagna per la rielezione al senato nel 2006, la Clinton aveva deciso che Penn avrebbe dovuto essere sia direttore strategico che sondaggista unico. Praticamente nessuno tra i collaboratori condivideva. Dai tempi del suo impegno per la rielezione di Bill Clinton nel 1996, chi ha lavorato con Penn, in passato e più recentemente, lo accusa di essere troppo influenzato dai dati, più versato per le campagne per le presidenziali, più centriste, che per le primarie dei Democratici, goffo in società e incapace di pensare in modo strategico. Alla direzione della campagna, la Clinton aveva scelto di mettere Patti Solis Doyle, certamente più popolare. Nessuno dubitava del fatto che la signora, ingaggiata 17 anni or sono quale segretaria personale della futura first lady, sarebbe stata un asso nella manica della senatrice. Eppure, anche i suoi amici dicono che non aveva i mezzi per prepararla a guidare una campagna che si sarebbe trasformata in un gigante da 200 milioni di dollari e quasi 1000 dipendenti.
Cattiva gestione
I beninformati spiegano che il controllo della campagna elettorale stava nelle mani di una piccola cerchia di lealisti vicini alla senatrice ma distanti tra loro. In ultima analisi, però, la signora ha fatto affidamento su di un gruppo più ristretto, costituito da due persone: suo marito, l’ex presidente Bill Clinton, e il loro vecchio sondaggista, Mark Penn, il cui istinto spesso era in conflitto con quello dei veterani delle campagne elettorali che li circondavano. Quando l’impegno per le primarie stava prendendo forma, nel mezzo della facile campagna per la rielezione al senato nel 2006, la Clinton aveva deciso che Penn avrebbe dovuto essere sia direttore strategico che sondaggista unico. Praticamente nessuno tra i collaboratori condivideva. Dai tempi del suo impegno per la rielezione di Bill Clinton nel 1996, chi ha lavorato con Penn, in passato e più recentemente, lo accusa di essere troppo influenzato dai dati, più versato per le campagne per le presidenziali, più centriste, che per le primarie dei Democratici, goffo in società e incapace di pensare in modo strategico. Alla direzione della campagna, la Clinton aveva scelto di mettere Patti Solis Doyle, certamente più popolare. Nessuno dubitava del fatto che la signora, ingaggiata 17 anni or sono quale segretaria personale della futura first lady, sarebbe stata un asso nella manica della senatrice. Eppure, anche i suoi amici dicono che non aveva i mezzi per prepararla a guidare una campagna che si sarebbe trasformata in un gigante da 200 milioni di dollari e quasi 1000 dipendenti.
Chiaramente in testa per tutto il 2007, la Clinton è stata scossa profondamente dalla terza posizione racimolata nel primo round, il caucus dell’Iowa, il 3 gennaio, a seguito del quale i grandi finanziatori hanno chiesto un rimpasto amministrativo. La mattina delle primarie nel New Hampshire, l’8 gennaio, la Clinton ha comunicato a Solis Doyle di volere un’altra direttrice. Ci sono state proteste da parte di altri componenti della squadra, e tentennamenti da parte della senatrice. La confusione ha regnato sovrana per un mese cruciale, fino al Super Martedì d’inizio febbraio, in cui si votava in oltre 20 stati. Quando ha messo alla porta la Solis Doyle, a metà febbraio, Hillary Clinton lo ha fatto con tale freddezza e in modo così pubblico che anche i colleghi più incalliti si son detti stupefatti. La Solis Doyle, che nel cortile della sua casa di Washington esibisce ancora il cartello pubblicitario della Clinton, e la senatrice da allora non si sono più parlate, stando a quando dice un collaboratore.
“Sono pronta ad assumermi una giusta quota di responsabilità, per quel che riguarda gli errori fatti”, dice ora, sostenendo però di aver allestito in tempi brevi la campagna, di aver tenuto in funzionamento tutto il meccanismo e le primedonne sotto controllo, e di aver creato e sostenuto per un anno un clima divertente ma disciplinato.
Alcuni colleghi avevano detto alla candidata che invece bisognava licenziare Penn. I beninformati non digerivano il fatto che lo stratega e sondaggista avesse mantenuto la carica di CEO nel gigante delle pubbliche relazioni Burson-Marsteller Worldwide, dati i potenziali conflitti d’interesse. I loro timori si sono concretizzati in aprile, quando il Wall Street Journal ha scoperto che si stava occupando di un cliente, la Colombia, per far approvare al Congresso un patto commerciale cui la Clinton era contraria. Penn è stato sostituito da Geoff Garin, nuovo primo stratega, anche se i contatti con entrambi i Clinton restano frequenti.
Il rimprovero più grave mosso dai critici riguardava il fatto che, sin dall’inizio della campagna elettorale, Penn fosse l’unico sondaggista. Di solito in campagna elettorale se ne usano più d’uno, così da disporre di punti di vista diversi; Obama è arrivato ad averne quattro. Solis Doyle ricorda che, per tutto il 2006 e il 2007, aveva raccomandato a Clinton di affiancargli qualcun altro. Lei aveva risposto sostenendo che Penn era “perfetto” e che il moltiplicarsi dei sondaggisti avrebbe rallentato le decisioni strategiche.
Ma i donatori più importanti mal sopportavano l’atteggiamento di Penn, che nella maggior parte dei casi usava “i numeri” per sconfiggere i dissensi. “Poteva rivolgersi direttamente all’(ex) presidente degli Stati Uniti, che a sua volta andava da Hillary”, come racconta un importante stratega. “Dopo un po’, tutti hanno cominciato a scuotere le spalle e dire ‘Senti, va bene, lei vuole che la sua campagna vada così’”.
Penn difende le sue analisi statistiche, e ribatte che i responsabili del bilancio e delle operazioni sul campo erano altri. “La cosa fuorviante è stata chiamarmi “direttore strategico”, dando l’idea che fossi io il responsabile di tutto. Ma la struttura era molto più complessa di quello che possa spiegare qualsiasi etichetta affibbiata alla carica”. Per quel che concerne le divisioni anche negli uomini più vicini alla candidata, Penn ricorda il gabinetto di Abraham Lincoln, tanto litigioso quanto efficace. “Penso che avesse pensato a una ‘squadra di rivali’, e ha quasi funzionato”.
Messaggio “inadeguato”
Le scelte di management di Clinton, come è stato ampiamente ripetuto, hanno portato a commettere errori grossolani, e fatali, a livello strategico. Il principale, agli occhi di molti collaboratori, è stato il messaggio scelto: ha sottolineato la sua esperienza a Washington, mentre gli elettori volevano un cambiamento. Prima del suo debutto come candidata, nel gennaio 2007, la squadra della senatrice litigava su come ritrarla. Solis Doyle, il direttore della comunicazione Howard Wolfson, lo stratega dei media Mandy Grunwald, la responsabile delle politiche Neera Tanden e lo stratega esperto Harold Ickes volevano farle pubblicità enfatizzando l’idea di una candidatura nel segno del cambiamento (il primo presidente donna), nonostante gli anni passati a Washington. Volevano anche contrastare i tanti pareri molto negativi su di lei nella popolazione svelando la donna spiritosa e affascinante che conoscevano.
Penn, al contrario, riteneva che gli elettori dovessero percepire nella senatrice una persona forte e stagionata quanto bastava per essere il primo comandante in capo donna. Sottolinearne troppo il sesso, sosteneva, avrebbe indebolito quest’aspetto. Riteneva anche che sarebbe apparsa debole, se si fosse scusata del voto espresso nel 2002 a favore della guerra, anche se in Iowa la questione la rendeva particolarmente impopolare.
Alcuni testimoni dicono che, durante le riunioni del 2007, a fronte della richiesta di uno stretto collaboratore di umanizzare la candidata, Penn abbia risposto: “State sopravvalutando l’aspetto dell’umanità”. Le sue indagini demoscopiche, diceva, dimostravano che gli argomenti “soft”, come, ad esempio, parlare della madre della senatrice, non avevano alcun effetto. I primi attacchi contro Obama, invece, avevano spostato molti elettori dalla sua parte. “Alla gente non interessa sapere se dopo il lavoro vai a prenderti una birra con gli amici, o se sei tenero e premuroso con tua madre”, sosteneva Penn: alla gente interessano i grandi temi, come il sistema sanitario. La Clinton, molto orientata a pensare ai grandi temi e a tenere uno stretto riserbo, ha sostenuto Penn.
Alcuni sostenitori al Congresso, e qualche grande donatore imploravano ancora Solis Doyle di mostrare il lato più morbido della senatrice, di farla comparire in più programmi televisivi per donne e spettacoli della seconda serata. Ma quando la consulente per i media, Grunwald, l’anno passato, aveva suggerito di far comparire Chelsea in uno spot, la senatrice l’aveva fissata con stupore. Quando i consulenti avevano organizzato di farle aprire “Saturday Night Live”, l’autunno scorso, aveva posto il suo veto. Ricordano che aveva detto: “è un rischio troppo grande per me”.
“Sono pronta ad assumermi una giusta quota di responsabilità, per quel che riguarda gli errori fatti”, dice ora, sostenendo però di aver allestito in tempi brevi la campagna, di aver tenuto in funzionamento tutto il meccanismo e le primedonne sotto controllo, e di aver creato e sostenuto per un anno un clima divertente ma disciplinato.
Alcuni colleghi avevano detto alla candidata che invece bisognava licenziare Penn. I beninformati non digerivano il fatto che lo stratega e sondaggista avesse mantenuto la carica di CEO nel gigante delle pubbliche relazioni Burson-Marsteller Worldwide, dati i potenziali conflitti d’interesse. I loro timori si sono concretizzati in aprile, quando il Wall Street Journal ha scoperto che si stava occupando di un cliente, la Colombia, per far approvare al Congresso un patto commerciale cui la Clinton era contraria. Penn è stato sostituito da Geoff Garin, nuovo primo stratega, anche se i contatti con entrambi i Clinton restano frequenti.
Il rimprovero più grave mosso dai critici riguardava il fatto che, sin dall’inizio della campagna elettorale, Penn fosse l’unico sondaggista. Di solito in campagna elettorale se ne usano più d’uno, così da disporre di punti di vista diversi; Obama è arrivato ad averne quattro. Solis Doyle ricorda che, per tutto il 2006 e il 2007, aveva raccomandato a Clinton di affiancargli qualcun altro. Lei aveva risposto sostenendo che Penn era “perfetto” e che il moltiplicarsi dei sondaggisti avrebbe rallentato le decisioni strategiche.
Ma i donatori più importanti mal sopportavano l’atteggiamento di Penn, che nella maggior parte dei casi usava “i numeri” per sconfiggere i dissensi. “Poteva rivolgersi direttamente all’(ex) presidente degli Stati Uniti, che a sua volta andava da Hillary”, come racconta un importante stratega. “Dopo un po’, tutti hanno cominciato a scuotere le spalle e dire ‘Senti, va bene, lei vuole che la sua campagna vada così’”.
Penn difende le sue analisi statistiche, e ribatte che i responsabili del bilancio e delle operazioni sul campo erano altri. “La cosa fuorviante è stata chiamarmi “direttore strategico”, dando l’idea che fossi io il responsabile di tutto. Ma la struttura era molto più complessa di quello che possa spiegare qualsiasi etichetta affibbiata alla carica”. Per quel che concerne le divisioni anche negli uomini più vicini alla candidata, Penn ricorda il gabinetto di Abraham Lincoln, tanto litigioso quanto efficace. “Penso che avesse pensato a una ‘squadra di rivali’, e ha quasi funzionato”.
Messaggio “inadeguato”
Le scelte di management di Clinton, come è stato ampiamente ripetuto, hanno portato a commettere errori grossolani, e fatali, a livello strategico. Il principale, agli occhi di molti collaboratori, è stato il messaggio scelto: ha sottolineato la sua esperienza a Washington, mentre gli elettori volevano un cambiamento. Prima del suo debutto come candidata, nel gennaio 2007, la squadra della senatrice litigava su come ritrarla. Solis Doyle, il direttore della comunicazione Howard Wolfson, lo stratega dei media Mandy Grunwald, la responsabile delle politiche Neera Tanden e lo stratega esperto Harold Ickes volevano farle pubblicità enfatizzando l’idea di una candidatura nel segno del cambiamento (il primo presidente donna), nonostante gli anni passati a Washington. Volevano anche contrastare i tanti pareri molto negativi su di lei nella popolazione svelando la donna spiritosa e affascinante che conoscevano.
Penn, al contrario, riteneva che gli elettori dovessero percepire nella senatrice una persona forte e stagionata quanto bastava per essere il primo comandante in capo donna. Sottolinearne troppo il sesso, sosteneva, avrebbe indebolito quest’aspetto. Riteneva anche che sarebbe apparsa debole, se si fosse scusata del voto espresso nel 2002 a favore della guerra, anche se in Iowa la questione la rendeva particolarmente impopolare.
Alcuni testimoni dicono che, durante le riunioni del 2007, a fronte della richiesta di uno stretto collaboratore di umanizzare la candidata, Penn abbia risposto: “State sopravvalutando l’aspetto dell’umanità”. Le sue indagini demoscopiche, diceva, dimostravano che gli argomenti “soft”, come, ad esempio, parlare della madre della senatrice, non avevano alcun effetto. I primi attacchi contro Obama, invece, avevano spostato molti elettori dalla sua parte. “Alla gente non interessa sapere se dopo il lavoro vai a prenderti una birra con gli amici, o se sei tenero e premuroso con tua madre”, sosteneva Penn: alla gente interessano i grandi temi, come il sistema sanitario. La Clinton, molto orientata a pensare ai grandi temi e a tenere uno stretto riserbo, ha sostenuto Penn.
Alcuni sostenitori al Congresso, e qualche grande donatore imploravano ancora Solis Doyle di mostrare il lato più morbido della senatrice, di farla comparire in più programmi televisivi per donne e spettacoli della seconda serata. Ma quando la consulente per i media, Grunwald, l’anno passato, aveva suggerito di far comparire Chelsea in uno spot, la senatrice l’aveva fissata con stupore. Quando i consulenti avevano organizzato di farle aprire “Saturday Night Live”, l’autunno scorso, aveva posto il suo veto. Ricordano che aveva detto: “è un rischio troppo grande per me”.
Ha concesso qualcosa solo all’alba del caucus in Iowa, quando i sondaggi la davano in pesante svantaggio. I sostenitori dello stato, compreso l’ex governatore Tom Vilsack, le avevano detto in termini molto chiari che i democratici dell’Iowa sapevano perfettamente che era all’altezza; ma, semplicemente, non piaceva. A dicembre, improvvisamente ha fatto una comparsa sul palco dell’Iowa con la figlia e la mamma, all’interno di un incontro intitolato “La Hillary che conosco” con i suoi vecchi amici. Ma per l’Iowa era troppo tardi.
Nello stato successivo, il New Hampshire, è andata a trovare gli elettori a casa, rispondendo a decine di domande. Il momento più memorabile non era in programma, a quanto continuano a ripetere i suoi consiglieri. Alla vigilia delle primarie, il 18 gennaio, mentre il suo stato maggiore se ne stava chiuso in una cantina d’hotel presagendo una sconfitta, i consiglieri avevano ricevuto delle e-mail in cui si diceva che la senatrice aveva appena pianto a una tavola rotonda per donne. Le avevano maledette, temendo un contraccolpo che avrebbe potuto porre fine alla campagna.
E invece nel New Hampshire Hillary Clinton ha vinto, e alla festa per l’inattesa vittoria ha detto entusiasticamente della sua “voce” ritrovata. Da quel momento ha accettato di comparire in “Saturday Night Live”, ma i sostenitori dicono che ha sfoderato in modo incoerente il suo lato più umano.
Solis Doyle ha raccontato che “l’errore fatale” può essere stato quello di porre l’accento sull’esperienza piuttosto che cercare di piacere e di trasmettere l’idea del cambiamento
Penn ha fatto bene su di un punto, nel senso che la Clinton ha ottenuto punteggi alti in quanto a attitudine al comando e ha raccolto la maggioranza dei voti dagli uomini. Ma i punteggi ottenuti nei sondaggi in quanto a affabilità e cambiamento sono andati via via peggiorando. L’errore più innegabile della campagna elettorale è stato però l’incapacità di organizzare gli elettori negli stati in cui si tenevano i caucus e non le primarie, il che ha dato a Obama la possibilità di costruirsi un vantaggio, poi rivelatosi incolmabile, in quanto a delegati della convention
La mancata mobilitazione
Molti sostenitori se la sono presa con Solis Doyle e i suoi vice. Ma il fallimento ha avuto origine ai piani alti, con i pregiudizi dei Clinton nei confronti dei caucus e con l’ignoranza dimostrata circa alcune regole chiave all’interno del partito. All’inizio, i responsabili della sua campagna immaginavano che Hillary si sarebbe assicurata la nomination con le primarie del Super Tuesday, il 5 febbraio. Gli stati in cui si votava con il metodo dei caucus non avrebbero contato.
In realtà i Clinton non avevano dimestichezza con i caucus: nella corsa democratica del 1992, Bill lasciò campo libero in Iowa al senatore Tom Harkin, nativo di quelle parti; nel 1996, per la rielezione, non ebbe avversari. Il fatto è che loro considerano queste assemblee meno democratiche delle primarie, dove l’affluenza è maggiore e gli elettori depositano velocemente il loro voto nelle urne. I caucus, al contrario, sono lunghe riunioni nelle quali si vota palesemente e che spesso rappresentano un problema per chi lavora, ha figli o guai con la salute. In più, specie in Iowa, i caucus democratici sono dominati da attivisti di vecchia data, molti dei quali pacifisti liberal che provavano risentimento nei confronti della senatrice Clinton per via del suo voto sull’Iraq.
Nello stato successivo, il New Hampshire, è andata a trovare gli elettori a casa, rispondendo a decine di domande. Il momento più memorabile non era in programma, a quanto continuano a ripetere i suoi consiglieri. Alla vigilia delle primarie, il 18 gennaio, mentre il suo stato maggiore se ne stava chiuso in una cantina d’hotel presagendo una sconfitta, i consiglieri avevano ricevuto delle e-mail in cui si diceva che la senatrice aveva appena pianto a una tavola rotonda per donne. Le avevano maledette, temendo un contraccolpo che avrebbe potuto porre fine alla campagna.
E invece nel New Hampshire Hillary Clinton ha vinto, e alla festa per l’inattesa vittoria ha detto entusiasticamente della sua “voce” ritrovata. Da quel momento ha accettato di comparire in “Saturday Night Live”, ma i sostenitori dicono che ha sfoderato in modo incoerente il suo lato più umano.
Solis Doyle ha raccontato che “l’errore fatale” può essere stato quello di porre l’accento sull’esperienza piuttosto che cercare di piacere e di trasmettere l’idea del cambiamento
Penn ha fatto bene su di un punto, nel senso che la Clinton ha ottenuto punteggi alti in quanto a attitudine al comando e ha raccolto la maggioranza dei voti dagli uomini. Ma i punteggi ottenuti nei sondaggi in quanto a affabilità e cambiamento sono andati via via peggiorando. L’errore più innegabile della campagna elettorale è stato però l’incapacità di organizzare gli elettori negli stati in cui si tenevano i caucus e non le primarie, il che ha dato a Obama la possibilità di costruirsi un vantaggio, poi rivelatosi incolmabile, in quanto a delegati della convention
La mancata mobilitazione
Molti sostenitori se la sono presa con Solis Doyle e i suoi vice. Ma il fallimento ha avuto origine ai piani alti, con i pregiudizi dei Clinton nei confronti dei caucus e con l’ignoranza dimostrata circa alcune regole chiave all’interno del partito. All’inizio, i responsabili della sua campagna immaginavano che Hillary si sarebbe assicurata la nomination con le primarie del Super Tuesday, il 5 febbraio. Gli stati in cui si votava con il metodo dei caucus non avrebbero contato.
In realtà i Clinton non avevano dimestichezza con i caucus: nella corsa democratica del 1992, Bill lasciò campo libero in Iowa al senatore Tom Harkin, nativo di quelle parti; nel 1996, per la rielezione, non ebbe avversari. Il fatto è che loro considerano queste assemblee meno democratiche delle primarie, dove l’affluenza è maggiore e gli elettori depositano velocemente il loro voto nelle urne. I caucus, al contrario, sono lunghe riunioni nelle quali si vota palesemente e che spesso rappresentano un problema per chi lavora, ha figli o guai con la salute. In più, specie in Iowa, i caucus democratici sono dominati da attivisti di vecchia data, molti dei quali pacifisti liberal che provavano risentimento nei confronti della senatrice Clinton per via del suo voto sull’Iraq.
Gli esperti parlano di un’occasione perduta. Un veterano delle campagne in Iowa, Steve Hildebrand, cercò di farsi assumere da Hillary a metà del 2006. Nel corso di un colloquio durato quarantacinque minuti, la senatrice parlò a lungo delle elezioni per il Congresso ma non menzionò nemmeno una volta la battaglia per le presidenziali, dice Hildebrand. Qualche mese più tardi, finì per essere assunto dal senatore Obama in qualità di vicemanager della sua campagna elettorale con il compito di sovrintendere alla sua corsa in Iowa.
L’estate scorsa, quando la campagna Clinton cominciò a organizzarsi in Iowa, il forte network di volontari di Obama aveva già mobilitato i sostenitori in tutto lo stato. Gli esperti sostengono che aver perso in Iowa abbia rafforzato le convinzioni dei Clinton riguardo i caucus. Con i fondi che cominciavano a scarseggiare e i sondaggi non proprio incoraggianti in quegli stati, la senatrice Clinton ridusse così spese e apparizioni in posti come l’Idaho e il Nebraska, di fatto dando forfait.
Ickes, un esperto di regole del partito, ha a lungo manifestato il proprio dissenso circa questa strategia. Lo scorso giugno, a una riunione in casa Penn, fu lo stesso Penn a sostenere che la Clinton avrebbe preso tutti i 370 delegati in palio qualora avesse vinto le primarie in California. Questa, almeno, è la versione di chi c’era e racconta che Ickes lo prese in giro per la previsione: “Il ‘tanto decantato chief strategist’ non sa forse che le regole del partito non prevedono che il vincitore conquisti tutti i delegati?”, osservò. Penn dice che il resoconto circolato di quella riunione è “completamente falso”. Allora e più tardi, dicono altri, Ickes avrebbe ripetuto che le regole del partito stabiliscono che ogni candidato avrebbe ottenuto tanti delegati in proporzione alla percentuale di voti raccolti. Diceva che Hillary avrebbe dovuto correre seriamente anche in quegli stati in cui avrebbe perso per limitare il margine di crescita, in termini di delegati conquistati, del senatore Obama. “Anche se perdi, così vinci”, sosteneva Ickes, a sentire chi c’era. Ma, aggiungono gli stessi testimoni, non fu in grado di dar forza al suo punto di vista.
L’estate scorsa, quando la campagna Clinton cominciò a organizzarsi in Iowa, il forte network di volontari di Obama aveva già mobilitato i sostenitori in tutto lo stato. Gli esperti sostengono che aver perso in Iowa abbia rafforzato le convinzioni dei Clinton riguardo i caucus. Con i fondi che cominciavano a scarseggiare e i sondaggi non proprio incoraggianti in quegli stati, la senatrice Clinton ridusse così spese e apparizioni in posti come l’Idaho e il Nebraska, di fatto dando forfait.
Ickes, un esperto di regole del partito, ha a lungo manifestato il proprio dissenso circa questa strategia. Lo scorso giugno, a una riunione in casa Penn, fu lo stesso Penn a sostenere che la Clinton avrebbe preso tutti i 370 delegati in palio qualora avesse vinto le primarie in California. Questa, almeno, è la versione di chi c’era e racconta che Ickes lo prese in giro per la previsione: “Il ‘tanto decantato chief strategist’ non sa forse che le regole del partito non prevedono che il vincitore conquisti tutti i delegati?”, osservò. Penn dice che il resoconto circolato di quella riunione è “completamente falso”. Allora e più tardi, dicono altri, Ickes avrebbe ripetuto che le regole del partito stabiliscono che ogni candidato avrebbe ottenuto tanti delegati in proporzione alla percentuale di voti raccolti. Diceva che Hillary avrebbe dovuto correre seriamente anche in quegli stati in cui avrebbe perso per limitare il margine di crescita, in termini di delegati conquistati, del senatore Obama. “Anche se perdi, così vinci”, sosteneva Ickes, a sentire chi c’era. Ma, aggiungono gli stessi testimoni, non fu in grado di dar forza al suo punto di vista.
La “pazzia” Clinton
Chi ha curato la sua campagna non è riuscito a sentire la “fatica” che una candidatura Clinton costava a molti democratici. Le controversie cui è andato incontro Bill non han fatto altro che rinfocolare questo sentimento.
In principio anche alcuni tra i principali ammiratori di Hillary temevano che un’altra presidenza Clinton avrebbe potuto essere minata da nuovi drammi familiari. In parecchi parlarono di una sorta di “meshugas”, che in Yiddish altro non vuol dire che pazzia. Ma i primi sondaggi e qualche intervista mostrarono come, per parecchi elettori democratici, il signor Clinton fosse il miglior asset di sua moglie.
Intanto, per tutto il 2007 lei preferì fare campagna da sola con l’obiettivo di ottenere credibilità, mentre lui si teneva alla larga badando alle attività filantropiche della sua fondazione. Gli intimi dicono che Bill abbia assunto un ruolo centrale dopo il dibattito democratico del 30 ottobre a Filadelfia.
La senatrice Clinton, solitamente a suo agio nei dibattiti, inciampò su una domanda sulle targhe automobilistiche e gli immigrati clandestini e per giorni fu bersagliata dalle critiche. Quando, due settimane più tardi, i candidati democratici affrontarono un nuovo dibattito, Obama inciampò a sua volta sulla questione, ma la cosa fece poco rumore.
“E’ a quel punto che Bill ha perso le staffe”, dice un esperto. Chi c’era racconta che si sfogò: “Ma come – disse – sono settimane che la torturano con questa storia delle targhe e ora i media la fanno passare liscia a questo qui?”. Dopo il Ringraziamento, i Clinton invitarono tutti i loro assistenti nella casa di Washington e l’ex presidente disse loro: “Se i media non lo attaccano, allora dobbiamo farlo noi”.
Chi ha curato la sua campagna non è riuscito a sentire la “fatica” che una candidatura Clinton costava a molti democratici. Le controversie cui è andato incontro Bill non han fatto altro che rinfocolare questo sentimento.
In principio anche alcuni tra i principali ammiratori di Hillary temevano che un’altra presidenza Clinton avrebbe potuto essere minata da nuovi drammi familiari. In parecchi parlarono di una sorta di “meshugas”, che in Yiddish altro non vuol dire che pazzia. Ma i primi sondaggi e qualche intervista mostrarono come, per parecchi elettori democratici, il signor Clinton fosse il miglior asset di sua moglie.
Intanto, per tutto il 2007 lei preferì fare campagna da sola con l’obiettivo di ottenere credibilità, mentre lui si teneva alla larga badando alle attività filantropiche della sua fondazione. Gli intimi dicono che Bill abbia assunto un ruolo centrale dopo il dibattito democratico del 30 ottobre a Filadelfia.
La senatrice Clinton, solitamente a suo agio nei dibattiti, inciampò su una domanda sulle targhe automobilistiche e gli immigrati clandestini e per giorni fu bersagliata dalle critiche. Quando, due settimane più tardi, i candidati democratici affrontarono un nuovo dibattito, Obama inciampò a sua volta sulla questione, ma la cosa fece poco rumore.
“E’ a quel punto che Bill ha perso le staffe”, dice un esperto. Chi c’era racconta che si sfogò: “Ma come – disse – sono settimane che la torturano con questa storia delle targhe e ora i media la fanno passare liscia a questo qui?”. Dopo il Ringraziamento, i Clinton invitarono tutti i loro assistenti nella casa di Washington e l’ex presidente disse loro: “Se i media non lo attaccano, allora dobbiamo farlo noi”.
Penn lo spalleggiò, sostenendo che gli attacchi contro Obama sarebbero stati opportuni già dall’inizio del 2007. La sua strategia però era stata stroncata sul nascere perché dal quartier generale clintoniano dell’Iowa avevano fatto capire che una campagna al negativo avrebbe finito per ritorcersi contro l’ex first lady.
Quando la senatrice Clinton si accorse di aver perso comunque l’Iowa, Bill si presentò al quartier generale con un bel po’ di panini e un piano per passare al contrattacco, con tanto di benedizione di sua moglie. Scese nelle strade a fare campagna e si prese il merito del suo successo in New Hampshire. Rinfrancato da questo, si spostò in Carolina del sud con l’obiettivo di corteggiare l’elettorato nero. Quando gli esperti dissero che Hillary avrebbe fatto meglio a lasciare campo libero al senatore Obama, in netta ascesa, nelle primarie del 26 gennaio, lui – raccontano – rispose urlando “cazzate!”.
Un tempo conosciuto per il suo inguaribile ottimismo, Bill Clinton divenne ben presto il petulante fustigatore dei media “pieni di pregiudizi” e del senatore Obama. Così, l’uomo che un tempo era stato indicato come “il primo presidente nero” si trovò a essere accusato di utilizzare la questione razziale contro il candidato nero.
Finì che sua moglie perse la Carolina del sud due a uno. Cercando di sminuire la vittoria di Obama, Bill la paragonò alla campagna condotta nel 1980 dal reverendo Jesse Jackson: il commento non fece che peggiorare la situazione, lasciando intendere a molti che l’unico legame tra le due situazioni fosse nel colore della pelle dei candidati. Così facendo, anziché portarlo dalla sua parte, la senatrice Clinton finì per perdere per sempre il voto afroamericano. Successe che tanto i leader democratici quanto i finanziatori cominciarono a chiedere di tenere a bada il signor Clinton per amore dell’unità del partito. E tra i critici c’erano parecchi superdelegati, che hanno preso via via a pendere per Obama fino a garantirgli la maggioranza martedì scorso. “Il punto divenne più o meno questo – racconta un esperto – se non è in grado di tenere a freno suo marito adesso che è in campagna elettorale, dicevano in molti, chi diavolo comanderà davvero alla Casa Bianca?”.
Tra i leader di partito allontanatisi da Hillary a causa delle esternazioni sempre più arrabbiate di Bill c’era pure il deputato Jim Clyburn della Carolina del sud, numero tre democratico alla Camera dei rappresentanti e veterano del movimento per i diritti civili.
Prima delle primarie in Carolina del sud, Clyburn se la prese con la senatrice Clinton per aver detto che, a suo parere, il merito del presidente Johnson nell’approvazione delle leggi sui diritti civili era stato superiore di quello di Martin Luther King. La sera delle primarie, Bill prese il telefono e chiamò Clyburn. Parlarono per circa cinquanta minuti. “Diciamo che non è stato piacevole”, si limita a dire ora il deputato.
Dicono i bene informati che Clinton gli diede dell’inutile. Dall’ufficio di Clyburn confermano soltanto che l’ex presidente utilizzò “parole offensive”. “Un giorno scriverò la mia versione sull’accaduto”, aggiunge il deputato. Intanto, martedì scorso, ha formalizzato il suo appoggio a Barack Obama.
Quando la senatrice Clinton si accorse di aver perso comunque l’Iowa, Bill si presentò al quartier generale con un bel po’ di panini e un piano per passare al contrattacco, con tanto di benedizione di sua moglie. Scese nelle strade a fare campagna e si prese il merito del suo successo in New Hampshire. Rinfrancato da questo, si spostò in Carolina del sud con l’obiettivo di corteggiare l’elettorato nero. Quando gli esperti dissero che Hillary avrebbe fatto meglio a lasciare campo libero al senatore Obama, in netta ascesa, nelle primarie del 26 gennaio, lui – raccontano – rispose urlando “cazzate!”.
Un tempo conosciuto per il suo inguaribile ottimismo, Bill Clinton divenne ben presto il petulante fustigatore dei media “pieni di pregiudizi” e del senatore Obama. Così, l’uomo che un tempo era stato indicato come “il primo presidente nero” si trovò a essere accusato di utilizzare la questione razziale contro il candidato nero.
Finì che sua moglie perse la Carolina del sud due a uno. Cercando di sminuire la vittoria di Obama, Bill la paragonò alla campagna condotta nel 1980 dal reverendo Jesse Jackson: il commento non fece che peggiorare la situazione, lasciando intendere a molti che l’unico legame tra le due situazioni fosse nel colore della pelle dei candidati. Così facendo, anziché portarlo dalla sua parte, la senatrice Clinton finì per perdere per sempre il voto afroamericano. Successe che tanto i leader democratici quanto i finanziatori cominciarono a chiedere di tenere a bada il signor Clinton per amore dell’unità del partito. E tra i critici c’erano parecchi superdelegati, che hanno preso via via a pendere per Obama fino a garantirgli la maggioranza martedì scorso. “Il punto divenne più o meno questo – racconta un esperto – se non è in grado di tenere a freno suo marito adesso che è in campagna elettorale, dicevano in molti, chi diavolo comanderà davvero alla Casa Bianca?”.
Tra i leader di partito allontanatisi da Hillary a causa delle esternazioni sempre più arrabbiate di Bill c’era pure il deputato Jim Clyburn della Carolina del sud, numero tre democratico alla Camera dei rappresentanti e veterano del movimento per i diritti civili.
Prima delle primarie in Carolina del sud, Clyburn se la prese con la senatrice Clinton per aver detto che, a suo parere, il merito del presidente Johnson nell’approvazione delle leggi sui diritti civili era stato superiore di quello di Martin Luther King. La sera delle primarie, Bill prese il telefono e chiamò Clyburn. Parlarono per circa cinquanta minuti. “Diciamo che non è stato piacevole”, si limita a dire ora il deputato.
Dicono i bene informati che Clinton gli diede dell’inutile. Dall’ufficio di Clyburn confermano soltanto che l’ex presidente utilizzò “parole offensive”. “Un giorno scriverò la mia versione sull’accaduto”, aggiunge il deputato. Intanto, martedì scorso, ha formalizzato il suo appoggio a Barack Obama.
di Jackie Calmes
© The Wall Street Journal
per gentile concessione di Milano Finanza
(traduzione Alan Patarga ed Elia Rigolio)
per gentile concessione di Milano Finanza
(traduzione Alan Patarga ed Elia Rigolio)